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Lo zen di ogni istante



18/1/2016

Lo zen di ogni istante

"Gli studenti  Zen stanno coi loro maestri almeno dieci anni prima di presumere di poter insegnare a loro volta.
Nan-in ricevette la visita di Tenno, che, dopo aver fatto il consueto tirocinio, era diventato insegnante.
Era un giorno piovoso, Tenno portava zoccoli di legno e aveva con sé l'ombrello. Dopo averlo salutato, Nan-in disse: «Immagino che tu abbia lasciato gli zoccoli nell'anticamera., vorrei sapere se hai messo l'ombrello alla destra o alla sinistra degli zoccoli».
Tenno, sconcertato, non seppe rispondere subito.
Si rese conto che non sapeva "portare" con sé il suo Zen in ogni istante.
Diventò allievo di Nan-in e studiò ancora sei anni per perfezionare il suo Zen di ogni istante.”

( da 101 storie Zen, Nyogen Senzaki, Paul Reps )


“LO ZEN DI OGNI ISTANTE”
 

Ho sempre trovato questo aneddoto straordinariamente illuminante, fin dalla sua prima lettura, quando ero un giovane studente zen.

A quel tempo per me non esisteva altro: zen, nient’altro che zen.

Zen, come molti di voi sapranno, è la traduzione giapponese della parola meditazione.

Pur essendo un praticante alle prime armi, via via che approfondivo la pratica di quella via austera, avvolta nelle nebbie di un Giappone feudale,  mi rendevo conto della sua prerogativa a dir poco paradossale.

Il suo valore non riguardava l’esclusiva pratica tradizionale seduta, zazen, ma si spingeva molto più in là, in un territorio che fino ad allora non degnavo di alcuna considerazione: la vita.

Il terreno della vita, per così dire, lo ritenevo inadatto, addirittura fuorviante, alla ricerca interiore.

Lo escludevo a priori, senza riserve, con alterigia e sprezzante idealismo.

Povero me…

Che dire..? Ero giovane e inesperto, e sufficientemente “arrogante” per non capirci nulla..!

Meditare aveva sempre significato starmene immobile per ore e ore, come i maestri di un tempo, così da rallentare i ritmi vorticosi della mente e adattarmi alla percezione di “ciò che è”, modificando il mio stato e la mia realizzazione.

Lo Zen, invece, e le sue divertenti storielle, dicevano altro, molto altro.

La realizzazione di una mente silenziosa trovava infatti  una delle sue massime espressioni nelle occasioni che la vita produceva continuamente, ad ogni istante, anche mentre, al rientro a casa, ci si toglieva gli zoccoli e si appoggiava l’ombrello…

Possibile?

La solennità del sedere si confrontava per la prima volta con la prosaicità della vita nel suo divenire…

Fu un illuminazione che non cessò mai più di soccorrermi: tutto, in ogni momento, è meditazione.

 

Quello che vi scrivo in queste settimane mira a rendervi partecipi proprio di questo.

Ogni nostro gesto non va trascurato ma calibrato, così da renderlo armonico.

L’armonia che si produce, ci rende praticanti esperti della vita e della sua meditazione.

Quando poi, ci raccoglieremo nel silenzio della postura, troveremo con più facilità la condizione fruttuosa del rilassamento introspettivo.

A sua volta, il rilassamento che si sarà prodotto, renderà più impermeabili le nostre azioni alla confusione emozionale che, ordinariamente, contraddistingue la nostra quotidianità.

Come vasi comunicanti, che si scambiano vicendevolmente i loro liquidi e le loro informazioni, in un mutuo scambio incessante, vita e interiorità coincideranno nell’amalgama esistenziale dello Zen di ogni istante.

Quindi, nel salutarvi, vi esorto a continuare nei vostri esercizi di consapevolezza, con dedizione e determinazione: nelle prossime settimane li arricchiremo di nuovi contenuti e modalità.

Ina attesa di un vostro commento,

Gassho,


Matteo



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